09 luglio 2011

L'incontro con Riquesa e Chasli


Cari amici di Solidaria,

ho conosciuto Riquesa, la bimba che ho adottato a distanza e con Lei tutta la Sua famiglia, una meravigliosa famiglia. Sono felicissima perché vivono tutti assieme, anche se con molte difficoltà e nella povertà.

Grazie a mia sorella Gianna, avendo Lei adottato la sorella di Riquesa, Chasli, ho potuto unirmi a questa straordinaria famiglia. Come tutti Voi che leggete, desidero che sappiate, che per la prima volta ho sentito il mio cuore colmo di gioia e piangere di felicità. Credetemi, è un’emozione che non ha confronti e questi due giorni trascorsi con loro sono stati i più bei giorni della mia vita.
Grazie a loro, ho ritrovato una parte di me che tenevo nascosta, ma che con la loro volontà di forza e di coraggio della “vita” sono riusciti a far affiorare.
Vi invito, anche solo per una volta: andate a trovare i vostri bimbi e non abbiate paura, con il vostro amore, anche se per poco, loro non Vi scorderanno mai.
Ringrazio ancora tutti per avermi fatto partecipe anche ad un secondo incontro e aver pranzato e di aver giocato con tutta la famiglia. Mi avete fatto conoscere e stringere la mano a tutti i bambini della scuola.

Grazie e un bacio alla mamma Mobieta e al papà Wilson, e un particolare abbraccio anche al meraviglioso Maurizio, direttore di Solidaria.

Da Luciana Bolzonella e da mia sorella Gianna.








02 luglio 2011


Il rapporto di Amnesty International 2011



L’America Lati
na continua ad essere la regione con il più elevato tasso di disuguaglianza sociale al mondo”. A questa conclusione è giunto il Rapporto 2011 di Amnesty International sullo stato dei diritti umani nel mondo, con riferimento al continente latinoamericano. Il rapporto sottolinea come gli ultimi 50 anni abbiano rappresentato per il Centro e Sud America un periodo di progresso, non solo dal punto di vista della crescita economica, ma anche nel rispetto dei diritti umani, con specifica menzione di questi ultimi in quasi tutti i quadri normativi dei paesi che compongono il continente.

Tuttavia, molte sono ancora le situazioni nelle quali la difesa dei diritti umani si ferma sulla carta, non riscontrando analoga tutela nella pratica. Di conseguenza, continua il rapporto, se i singoli governi e soprattutto le organizzazioni di base e la società civile possono considerarsi meritevoli del conseguimento di risultati positivi, si tratta ancora di un progresso lento e zoppicante.

Caratteristica specifica del processo di crescita sociale in America Latina è stata la spinta costante degli strati di popolazione più vulnerabili, gli stessi che sono stati, e in alcuni casi continuano ad esserlo, vittime di violenze e soprusi. È stato proprio lo sforzo di coloro che più hanno sofferto, che ha reso impossibile che i governi di riferimento potessero continuare ad ignorare la tutela dei diritti umani nelle rispettive agende politiche.

Il rapporto 2011 evidenzia come la difesa dei diritti umani continui ad essere un esercizio pericoloso in gran parte della regione, in particolar modo in Brasile, Colombia, Cuba, Ecuador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico e Venezuela, paesi dove gli attivisti sono vittime di omicidi, sparizioni, minacce e altre limitazioni delle libertà personali, in molti casi favoriti da sistemi giudiziari incapaci di assicurare alla giustizia i colpevoli. Emblematico il caso del Messico, dove la Commissione Nazionale per i Diritti Umani ha denunciato oltre 1600 casi di abusi compiuti da membri delle forze armate, senza che si sia registrato un solo caso di condanna definitiva.

Tra le popolazioni più esposte a violazioni ed ingiustizie, da sempre spiccano in America Latina quelle indigene. Le comunità native sono considerate un intralcio agli interessi economici di gruppi di imprese locali e multinazionali, arricchitisi oltre misura negli ultimi anni, grazie allo sfruttamento del suolo e all’avvio di mastodontici progetti di sviluppo, come miniere, dighe e vie di trasporto. Il 2007 avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta, grazie alla firma di diversi stati della Dichiarazione sui diritti delle popolazioni native. Ad oggi, però, nessuno degli stati firmatari ha varato alcuna norma di attuazione a tutela delle comunità colpite.

Dal punto di vista della sicurezza pubblica, tutti i paesi dell’America Latina vivono il problema della violenza organizzata, che trova nel fenomeno del pandillaje (associazioni di bande di strada) una delle proprie espressioni più tipiche. Ciò si manifesta in particolar modo in contesti urbani caratterizzati da estrema povertà, laddove più si fa sentire l’assenza dello stato e di valide alternative alla vita di strada. La rapidissima proliferazione di armi di piccolo calibro alimenta il problema ed i singoli governi hanno dimostrato scarso interesse ed impegno nella risoluzione del fenomeno. Alla violenza si è pensato di rispondere solo con repressione ed ulteriore violenza, anziché con programmi di assistenza ed inserimento sociale.

Corruzione e impunità sono ulteriori elementi che peggiorano il quadro della tutela dei diritti umani nella regione. Tuttavia, secondo quanto riportato da Amnesty International, negli ultimi anni enormi progressi sono stati raggiunti sotto questo punto di vista. Storiche ed esemplari sono state le sentenze di condanna dell’ex presidente argentino ed ex generale militare Reynaldo Bignone, dichiarato colpevole di omicidio e rapimento, così come dell’ex presidente peruviano Alberto Fujimori, attualmente in carcere per omicidio, corruzione e violazione dei diritti umani.
Il rapporto 2011 etichetta il continente americano come “luogo di lavoro pericoloso per i professionisti dei mezzi di informazione”. In Messico, Honduras, Brasile e Colombia, diversi giornalisti impegnati nella denuncia di casi di corruzione e violenza sono stati assassinati. La libertà di stampa e di espressione ha subito pesanti limitazioni in particolare in Venezuela, a Cuba e nella Repubblica Dominicana, dove alcune emittenti tv e radio sono state costrette alla chiusura.
In definitiva, nonostante i già sottolineati progressi compiuti su tutto il territorio latino, molti sono ancora i gruppi di popolazione che vedono negati i propri diritti più elementari. La mancanza di volontà politica e il prevalere degli interessi economico-commerciali sui diritti sociali, rendono l’America Latina una regione dove si registra quotidianamente un livello di abusi tutto’ora inaccettabile.

Fonte Unimondo



01 giugno 2011


Haiti: ribassano le stime delle vittime del sisma.

Lo rivela un rapporto commissionato dal governo statunitense, secondo cui i morti furono tra i 46mila e gli 85mila, ben al di sotto del bilancio del governo haitiano, che parla di 316mila vittime. Il documento ipotizza anche che molti di coloro che ancora vivono nelle tende non persero affatto le loro abitazioni nel disastro.

Il rapporto, che ancora non è stato pubblicato, si basa su un documento commissionato da Usaid (l'agenzia del governo Usa che da 40 anni distribuisce gli aiuti umanitari per conto di Washington) e attinge i dati da un censimento porta a porta condotto per 29 giorni esattamente un anno dopo il sisma, nel gennaio 2011. La portavoce del Dipartimento di Stato, Preet Shah, ha detto che il documento contiene alcune incoerenze e che non sarà reso pubblico fino a quando non saranno risolti. Il timore però è che i nuovi dati possano ostacolare il multimiliardario sforzo per la ricostruzione ad Haiti.

Il documento ipotizza che furono circa 895mila le persone che si trasferirono nelle tendopoli attorno alla capitale subito dopo il sisma (il rapporto dell'Oim, l'Organizzazione Internazionale per i migranti, parlava invece di 1,5 milioni) 375mila circa quelli che ancora vivono in tende (contro i 680mila dell'Oim), e che anche le macerie attorno alla capitale erano significativamente minori di quanto non ci si potesse attendere.
Il terremoto di 7 gradi di intensità che nel gennaio 2010 fece tremare Haiti, mise in moto un colossale sforzo di aiuti internazionali, che portarono tra l'altro allo stanziamento di quasi 4 miliardi di euro, raccolti durante la conferenza dei donatori dello scorso anno.

04 maggio 2011


Sad e Infanzia: presentata la nuova pubblicazione

Dalla necessità di dotarsi di strumenti di analisi e conoscenza più raffinati, più aderenti alla complessità della situazione sociale in cui versano le infanzie del Mondo, nasce la pubblicazione “SaD e Infanzia. Promozione di capitale sociale per lo sviluppo umano”, che è stata presentata nel corso del XII° Forum Nazionale del Sostegno a Distanza, tenutosi recentemente a Livorno presso la Fondazione LEM e promosso da Comune di Livorno, ForumSaD, ELSAD e Agenzia per le Onlus.

L’opera è curata da Umberto Marin, responsabile per le politiche culturali di ForumSaD, e contiene i contributi di antropologi, economisti, sociologi con l’obiettivo, come spiega Marin, di guidare «il processo di crescita dimensionale e qualitativo collegato al SaD» offrendo a tutti gli operatori del settore, ma anche a chi volesse avvicinarsi al SaD per interesse culturale, «una “cassetta degli attrezzi” indispensabile per poter di volta in volta saper leggere le realtà dove si sviluppano le iniziative di cooperazione e solidarietà».

Uno spaccato interessante per comprendere una particolare forma di cooperazione decentrata è offerto dalla seconda parte della pubblicazione, curata dagli enti ELSAD (Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per il Sostegno a Distanza presieduto dalla Provincia di Milano), impegnati, sin dal 2005, nella promozione del Sostegno a Distanza sui territori di Province e Comuni. Al coordinamento aderiscono attualmente 41 Enti Locali, ma l’obiettivo per il prossimo futuro è quello di allargare il raggio d’azione, come ha spiegato il consigliere provinciale milanese Pietro Accame che ha aggiunto: «La Provincia di Milano crede nella cooperazione decentrata e nel valore del sostegno a distanza per il carattere umanitario ma anche per la sua funzione pedagogica. Il SaD educa i nostri giovani, in maniera discreta, ad un regime di condivisione ed allena alla sensibilità sui bisogni di tutti. Auspichiamo un allargamento della rete ELSAD, che possa unire Province, piccoli Comuni, grandi Città e anche le Regioni in un impegno condiviso a favore di questa importante pratica solidale che interessa una larga parte dei nostri territori».

02 maggio 2011

Il cammino dell'infanzia


Il percorso compiuto dall’umanità fino alla ‘Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia’ è stato lungo e tortuoso. Dal Medioevo al Rinascimento fino ai nostri giorni.



Il modo di considerare l’infanzia e i bambini è cambiato moltissimo nel corso dei secoli. Il percorso compiuto dall’umanità fino alla ‘Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia’ è stato lungo e tortuoso. Partendo dall’antichità, con l’eccezione dell’India dove i bambini erano coccolati dai loro genitori e non subivano alcuna costrizione e dell’Egitto, dove una famiglia numerosa era considerata un dono degli dei, in generale i padri avevano diritto di vita e di morte sui propri figli, con la figura del pater familias sancita dal diritto romano, che tanta influenza avrà sul diritto occidentale.

Nel Medioevo i bambini potevano essere venduti, la mortalità infantile era altissima e i pochi che potevano studiare ricevevano un’istruzione fortemente influenzata dalla morale della Chiesa. Poi nel Rinascimento si assiste a un’esplosione pedagogica, con Rabelais e Montaigne, e si inizia una lenta revisione dello statuto morale e sociale dell’infanzia.

Nel XVII secolo il padre rimane però sempre onnipotente, mentre nel XVIII l’infanzia rimane un periodo sempre molto corto. I bambini partecipano alle guerre e lavorano fuori casa. Jean-Jacques Rousseau inizia a considerarli come persone con il proprio valore e definire i loro bisogni.
La Rivoluzione francese segna l’inizio di una nuova era con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel XIX secolo il codice napoleonico ristabilisce l’onnipotenza della figura paterna, che può esigere l’incarcerazione del figlio minore di 16 anni. L’avvento dell’industria rende frequenti gli abusi sui bambini, per cui alla fine, dopo vari passaggi, si stabilisce l’età minima del lavoro a 16 anni.

Dalla I Guerra Mondiale agli Obiettivi del Millennio

Ma è nel XX secolo che inizia a crearsi quella mentalità e cultura che cambierà totalmente la considerazione dei diritti dei minori.

Nel 1920, sotto gli auspici della Croce Rossa a Ginevra, nasce l’Unione internazionale di soccorso ai bambini, per prevedere misure speciali di protezione dei piccoli in periodo di guerra.

Nel 1924 la Società delle Nazioni vota una dichiarazione in 5 punti dei diritti del bambino, la Dichiarazione di Ginevra, che nel 1946 diventa la Carta dell’unione internazionale della protezione dell’infanzia, mentre l’Onu crea l’Unicef.
Nel 1959 l’Onu adotta la Dichiarazione dei diritti del bambino in 10 punti, e si instaura la Giornata internazionale dei diritti del bambino.

Nel 1973 la Convenzione 138 stabilisce l’età minima per l’ammissione al lavoro, e finalmente, il 20 novembre del 1989, l’assemblea generale dell’Onu adotta la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia in 54 articoli, che entra in vigore in tutti i Paesi aderenti l’anno successivo.

Nel 2000 viene adottato dall’Onu il protocollo facoltativo sui bambino soldato, mentre nel 2002 entra in vigore quello contro la vendita, prostituzione e pornografia che mette in scena dei bambini.

Per quanto riguarda l’istruzione primaria universale, rimane ancora un obiettivo lontano la scadenza del 2015 degli Obiettivi Onu del Millennio, anche se le iscrizioni alla scuola primaria stanno aumentando, specialmente in Africa e in Asia meridionale.

Tra il 1999 e il 2015 il totale dei bambini che non ha avuto accesso alla scuola è passato da 103 a 75 milioni, e nei Paesi in via di sviluppo è aumentata la percentuale dei bambini che hanno completato il ciclo di istruzione primaria, passato dal 69% del 1995 al 79% del 2005. Ma tanto rimane ancora da fare.

22 marzo 2011

Giornata mondiale dell'acqua: un bene comune da difendere


Senza acqua non
c'è dignità e non vi è via d'uscita dalla povertà”. Lo afferma il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon nel suo messaggio per la ‘Giornata mondiale dell’acqua’ promossa dalle Nazioni Unite che quest’anno ha come tema “Acqua per le città: rispondere alla sfida dell’urbanizzazione”. “L’urbanizzazione offre opportunità per una gestione più efficiente e un migliore accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici” – nota Ban Ki-moon. “Ma allo stesso tempo, nelle città i problemi si accrescono e stanno attualmente superando la nostra capacità di trovare soluzioni”.

Negli ultimi dieci anni – sottolinea Ban – il numero di abitanti delle città che non hanno accesso ad un rubinetto in casa o nelle immediate vicinanze è aumentato di circa 114 milioni e quello di coloro che non hanno accesso ai servizi sanitari di base è aumentato di 134 milioni. Tutto questo ha avuto un impatto estremamente negativo sulla salute umana e sulla produttività economica: le persone sono malate e inabili al lavoro”. Il segretario dell’Onu ricorda quindi che “nel mondo le persone più povere spesso non hanno altra scelta che comprare l'acqua da fornitori informali a prezzi superiori dal 20 al 100 per cento rispetto a quelli dei loro vicini più ricchi che ricevono l'acqua direttamente nelle loro case”. “Questo non è solo insostenibile, è inaccettabile” – conclude Ban Ki-moon.

Quest’anno è Città del Capo ad ospitare le iniziative più significative della giornata promossa dalle Nazioni Unite. Nella città sudafricana si stanno discutendo i temi relativi al diritto all’acqua e a servizi sanitari adeguati in un continente dove la spinta all’urbanizzazione non sempre è accompagnata da politiche adeguate aprendo la strada a una serie di sfide ancora da vincere. “Oggi - scrivono i promotori dell’iniziativa - una persona su due nel mondo vive in una città e il tasso di urbanizzazione è in continua crescita sia per il naturale aumento della popolazione sia per lo spopolamento delle campagne. Il 93% dell’urbanizzazione si sta registrando in paesi poveri o in via di sviluppo e nel 40% dei casi a crescere sono le baraccopoli: fino al 2020, ogni anno ci saranno 27 milioni di nuovi abitanti di slums”.

Nel 2025, secondo i dati del World Water Forum, circa 1,8 miliardi di persone vivranno in paesi o regioni colpite da una grave scarsità di acqua e due terzi della popolazione mondiale vivrà in condizioni di carenza estrema. Già oggi più di 884 milioni di persone nel mondo non hanno acqua potabile, mentre 2,6 miliardi di persone - sui 6 miliardi che popolano il pianeta – mancano di sistemi igienico-sanitari adeguati ricorda l’Unicef.

Non solo l’acqua non è disponibile a tutti, ma oggi la sua accessibilità è minacciata in numerosi paesi dai processi di privatizzazione. “L’acqua è il bene comune più prezioso, un diritto di tutta l’umanità. L’acqua appartiene a tutti e non può essere ridotta a una merce. Nessuno può assumerne la proprietà. Appartiene all’umanità intera! Ad ognuno di noi” – afferma Guido Barbera, presidente del Cipsi, il coordinamento di associazioni da anni attivo per chiedere l’acqua sia riconosciuta come un “bene comune” e un “diritto umano”. “L’acqua è tanto preziosa da meritarsi l’appellativo di ‘oro blu’ sui mercati finanziari, generare conflitti, influenzare migrazioni” – sottolinea il presidente del Cipsi che per la giornata odierna ha preparato un Dossier statistico sull’acqua.




08 marzo 2011

Giornata mondiale contro le discriminazioni razziali


Il 21 marzo le Nazioni Unite celebrano lo "International Day for the Elimination of Racial Discrimination", la Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale. La giornata è stata proclamata dall’Assemblea Generale dell'Onu nel nel 1966: la data è stata scelta per commemorare il giorno del 21 marzo 1960 quando la polizia di Shaperville, nel Sud Africa, aprì il fuoco ed uccise 69 manifestanti pacifisti che protestavano contro le leggi emanate dal regime dell’apartheid. Leggi
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